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Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista Yoga Journal Italia, per la rubrica di Swami Joythimayananda dal titolo Laboratorio di Ayurveda.

Il lungo e incessante cammino di Swami Joythimayananda (uno dei primi maestri indiani a giungere in Italia nei primi anni ’80) è stato teso unicamente ad assecondare il proprio dharma: la diffusione dello Yoga e dell’Ayurveda. Come in un film, Swami Joythimayananda avvolge i propri ricordi: lo Yoga praticato da bambino con i fratelli, il periodo trascorso da Sadhu nella giungla, i giorni intensi vissuti nell’Ashram di Swami Satchidananda (fondatore della scuola Integral Yoga) in Sri Lanka, il suo arrivo in Italia dove ha fondato quella che sente come “la sua casa”, l’Ashram Joytinat di Corinaldo (Senigallia, AN). Una vita scandita da un amore profondo e universale, che trova la sua massima espressione nello Yoga.

Quale tra i testi sacri è quello che maggiormente dedica attenzione all’amore?

Quasi tutti affrontano il tema ma da diversi punti di vista. Nei Veda, per esempio, l’amore si identifica con Dio, nelle Upanishad con la verità, mentre nei Purana è da intendersi come una forma di devozione.

Esiste un principio unificatore nei testi sacri nel trattare l’argomento?

Certamente, l’amore divino, puro e universale, che porta a una felicità superiore, viene chiamato “Prema”, mentre l’amore umano “Kama”. Questo è riferito alla felicità interiore, ma anche alla passione, all’attrazione e al piacere. Nei testi sacri si comprende come il compito dell’uomo sia trascendere entrambe queste esperienze, ovviamente per raggiungere l’illuminazione.

Kamadeva è il Dio dell’amore, quali sono i simboli con cui è rappresentato?

Kamadeva, al pari di Eros, in mano tiene un arco costruito con un fusto di canna da zucchero (elemento riferito alla dolcezza del sentimento) con il quale scocca lance di fiori profumati. Con questi dardi speciali Kamadeva colpisce la testa, gli occhi, le labbra, il petto o i genitali degli uomini e li fa innamorare. Il Dio vola seduto sopra un pappagallo, ed è venerato sia dagli Yogi, al fine di liberarsi dai loro desideri di sessualità, che dai comuni innamorati, speranzosi di vedere appagati i propri desideri.

Quale definizione daresti di amore universale?

È uno stato di purezza, che si manifesta dove non c’è più sofferenza, rabbia, odio, gelosia… è qualcosa che va aldilà del corpo, dei sensi e della mente. Chi raggiunge l’amore universale vive in una condizione di assenza assoluta di dolore nel senso che, oltre a non sperimentarlo egli stesso, non lo infligge mai agli altri.

Noi “comuni mortali”, invece, come possiamo mantenere viva la fiammella dell’amore nel nostro rapporto di coppia?

È indispensabile l’ascolto reciproco e una corretta comprensione di ciò che accade nel quotidiano, talvolta si rende necessaria la rinuncia alle proprie comodità al fine di “mettersi a servizio” dell’altro/a. Alla persona che amiamo dobbiamo trasmettere innanzitutto leggerezza e libertà, sforzandoci di non cadere nella possessività e nell’attaccamento; sono necessarie pazienza e resistenza, e una comunicazione basata sulla positività, priva di giudizio, critiche o lamenti.

Se ho capito bene, bisogna tendere all’armonia...

Certo, l’armonia sorge quando c’è accordo reciproco, quando si ama l’altra persona senza vincoli o aspettative. Nel caso di disarmonia esiste una pratica che può essere utile per risolvere alcuni problemi di coppia: una settimana parla uno dei due e l’altro ascolta solamente, senza rispondere nulla; la settimana successiva si invertono i ruoli. Questo può aiutare a sciogliere e a risolvere alcuni problemi soprattutto di comunicazione, purché ovviamente la coppia sia realmente intenzionata ad affrontarli.

Lo Yoga può essere utile per allenare alcuni elementi legati all’amore?

L’amore e lo Yoga sono la medesima cosa: lo Yoga è unione tra anima individuale e anima cosmica, ovvero l’esperienza dell’unità nella differenza, esattamente come l’amore.

A quando risale la tua “infatuazione” verso lo Yoga?

A tre anni guardavo i miei fratelli praticare Yoga insieme a mio zio, il fratello di mia madre, che era un Vaidya (sapiente in Ayurveda, ndr.). Quando venne a mancare mia madre avevo otto anni, mio padre si risposò rapidamente, e io ricordo che già a quei tempi praticavo Yoga con una certa consapevolezza e costanza.

Progredendo nella pratica hai avvertito una vera e propria vocazione?

Quando praticavo Yoga sentivo crescere nel mio cuore una sensazione di gioia, una pace e una pienezza mai avvertite prima. Tornando da scuola passavo nella piantagione di tè di famiglia, raccoglievo piante di Gottukola (Centella Asiatica) e le mangiavo crude, poi ispirato cantavo mantra in lingua Tamil. Un giorno, di primo mattino e senza avvertire nessuno, lasciai la mia casa natale, senza un perché o una meta precisa; sentivo una voce che sussurrava nelle mie orecchie: “tu sei libertà”. Avevo 14 anni.

Da allora, fino al compimento del ventiseiesimo anno, hai vagato come Sadhu (rinunciante), lottando ogni giorno per la tua sopravvivenza...

Proprio così. Mi spostavo di continuo, senza certezze. Camminare è stato un modo per sentire la mia vita serena.

Durante tutti i tuoi spostamenti riuscivi a seguire la disciplina dello Yoga?

Stavo vivendo con gioia un’esperienza nuova, ma venivo anche assalito dalla malinconia. L’unica certezza per me era la pratica di Yogasana, pranayama e meditazione quotidiana. In qualsiasi luogo mi trovassi non c’era giorno in cui non mi esercitavo.

Seguendo la tua passione per lo Yoga, nel 1961 sei entrato nell’Ashram “Divine Life Society” di Swami Satchidananda, in Sri Lanka. Cosa ricordi di quell’esperienza?

Offrivo il mio servizio (Karma Yoga) in modo umile: mi alzavo alle 4 del mattino, meditavo e praticavo Pachanga Yoga (lo Yoga delle cinque vie, ndr.), poi mi occupavo della cucina, della manutenzione delle strutture, dell’orto. Swamiji Satchidananda e altri mi criticavano e si lamentavano di me ogni giorno. All’inizio questo mi indispettiva, poi ho capito che mi mettevano alla prova per farmi crescere spiritualmente, così ho imparato a resistere e ad apprezzare ogni critica. Questo mi aiutò molto.

Qualche ricordo particolare di Swami Satchidananda?

Un giorno per raccogliere una noce di cocco sono salito su una palma, cadendo dall’altezza di dieci metri. La mia schiena sbatté violentemente a terra e per qualche decina di minuti persi conoscenza: è stato un momento davvero difficile, ma per fortuna qualcuno mi soccorse aiutandomi a respirare, poi mi prese in braccio e mi condusse in ashram: era Swamiji.

Quando, invece, hai insegnato Yoga per la prima volta nella tua vita?

Lasciai l’Ashram di Swamiji seguendo un Sadhu cristiano, ero vestito solo di una mantella e mi aspettava un altro lungo pellegrinaggio in giro per il mondo. Dallo Sri Lanka andai a piedi in Kataragama, per sei mesi ho vissuto nel santuario della Divinità Murugan e nei successivi due anni immerso nella giungla che circonda quella zona. Dovevo costruire quasi ogni giorno la mia casa sugli alberi perché gli elefanti la buttavano giù di continuo, è lì che ho imparato a parlare con le piante e a trasmettere lo Yoga alle persone comuni.

Da quella esperienza di insegnamento sono passati circa 60 anni. Dopo tutto questo tempo qual è il consiglio che senti di dare a chi oggi insegna e pratica Yoga?

Saper seguire la via del Dharma abbondonando l’ego, praticando Yama e Niyama. Tutto il resto dipende da questo. Durante la pratica delle asana bisogna prestare attenzione a cinque aspetti: il controllo, che stabilisce la forza interiore; la lentezza, che rallenta l’invecchiamento; la concentrazione, che aiuta a rimanere nella presenza; la conoscenza dei principi, che accresce la fiducia; la consapevolezza, che conduce alla soddisfazione della coscienza definendo la pace interiore.

Caro maestro, un’ultima domanda. Qual è lo scopo dello Yoga?

Lo Yoga deve unire le persone di tutto il mondo, mantenendo le rispettive tradizioni. Possiamo parlare di modi differenti di approcciarsi alla disciplina ma credo che lo Yoga sia uno. Il suo scopo è l’unione di tutti intorno a un obiettivo comune: la salute e la liberazione. Nessun percorso è superiore o inferiore rispetto a un altro, poiché lo Yoga è una chiave d’oro per aprire la porta della libertà, che, proprio come l’amore, appartiene a tutta l’umanità.

I quattro obiettivi dell'uomo

“Dharmarta kamepyo Namah” = saluto al dovere (Dharma), alla ricchezza interiore (Artha) e all’amore (Kama): così inizia il libro Kama Sutra, un testo dedicato all’amore (Kama), scritto tra il I e il VI secolo da Vatsyayana.

In apertura, il Dio Shiva racconta del suo amore nei confronti della moglie Parvathi e insegna come realizzare l’amore supremo (Prema) attraversando l’amore inferiore (Kama). Il Nandi (Toro Divino), dopo aver ascoltato l’insegnamento di Shiva, tramanda all’uomo la conoscenza di Kama.

Il Kama Sutra racconta di quattro obiettivi che l’uomo deve perseguire (Prusastra): Dharma (seguire il proprio dovere), Artha (accumulare ricchezza interiore e prosperità materiale), Kama (sperimentare la felicità) e Moksha (unione con Dio o Assoluto o libertà eterna).

Attualmente, in Occidente viene tradotta principalmente la parte di testo relativa a Kama, la felicità inferiore, ma Shiva in realtà insegna a sua moglie come trasformare l’energia umana in liberazione per l’anima.